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giovedì 8 maggio 2008

Il Sacco di Palermo ha fatto scuola: sono arrivati "I Re di Roma"

Domenica 4 Maggio il programma televisivo "Report" ha mandato in onda una delle sue eccezzionali inchieste. Titolo della puntata: "I Re di Roma" di Paolo Mondani.
Un'altra volta, come spesso accade, ho valutato direttamente dal mio stato psico-fisico, generatosi immediatamente dopo la visione della puntata, la "bontà" del repotage. Anche stavolta sono stato male. Anzi, malissimo. Si è parlato dello stato in cui si trova l'Urbanistica italiana, delle regole che governano le città, del destino delle nostre città che non sembra essere più determinato dall'Amministrazione Pubblica attraverso la ricerca e l'esercizio dell'interesse collettivo, bensì dal mercato e dalla rendita fondiaria.
Il bastone di comando sembra sia passato definitivamente in mano agli speculatori finanziari, ai "palazzinari" che non possono avere altri scopi al di fuori del loro personale tornaconto.
Questo passaggio di testimone l'hanno permesso la nostra politica e i nostri cattivi Amministratori che hanno dimostrato di disconoscere totalmente quali sono le basi sui cui si fonda il loro ruolo istituzionale.

Nel caso specifico la puntata ha messo sotto esame la politica urbanistica della Capitale (per 15 anni di fila hanno governato Rutelli e Veltroni) e il suo nuovo P.R.G (Piano Regolatore Generale) da pocco approvato. Il nuovo strumento urbanistico prevede la costruzione di 70 milioni di metri cubi di nuova edilizia che consumeranno più di 10 mila ettari di suolo, in gran parte strappati alla campagna romana e in un contesto di crescita demografica uguale a zero.
L'idea che ha guidato le scelte di piano è stata quella di costituire dei quartieri satellite attorno alla città consolidata, oltre l'anello autostradale per delocalizzare quelle funzioni che oggi si affollano caoticamente nel centro di Roma: residenza, ma soprattutto uffici legati alle attività svolte da una città capitale. Il Problema sta nel fatto che le nuove "Centralità" verranno costruite nei terreni di proprietà dei grandi costruttori (Toti, Scarpellini, Ligresti, Caltagirone, Santarelli) che a colpi di "Accordi di Programma" stanno già ottenendo, in variante al PRG, ulteriori cubature da costruire. Sostanzialmente i costruttori/propietari dei terreni trovando più conveniente andare in deroga al PRG per costruire altri appartamenti invece che gli uffici, le nuove strade o scuole previste, chiedono al comune di modificare le previsioni del Prg impegnandosi di concedere all'Amministrazione un compenso in denaro. Con l'Accardo di Programma si costituisce quindi un tavolo di trattativa tra le parti in cui il privato fa sempre gli affari migliori. Secondo la normativa vigente le Varianti al Piano possono essere approvate solo nel caso in cui si sia dichiarata la "pubblica utilità" della modifica. Per questo motivo, a Roma, operazioni di mera speculazione fondiaria che sono servite soltanto a far costuire enormi cubi di cemento nell'agro romano (area dalla rilevanza archeologico-paesaggistica altissima), a far guadanare (?) palate di denaro e profitti strabilianti ai soliti noti, sono state spacciate come trasformazioni a vantaggio della collettività.
Eclatante ed emblematico il "caso Bufalotta". Periferia nord est, qui la sede scelta per la "Centralità" ricade nei terreni di propietà dei fratelli Caltagirone. I costruttori si accorgono che non riusciranno a vendere il milione di metri cubi di uffici, allora chiedono al comune un cambiento di destinazione, con l'accordo di programma; ottengono di poter costruire 5000 appartamenti in più al posto dei servizi e delle opere pubbliche in cambio di 80 milioni di euro elargiti al comune per prolungare di 4 chilometri la metropolitana. Peccato che per far arrivare fin lì la metro al comune costerebbe 600 milioni. Dov'è l'utilità pubblica?
Il servizio mette in evidenza come le scelte urbanistiche dell'Urbe (ma il caso potrebbe essere esteso a tutto il paese) siano determianate più dai costruttori e più per perseguire il profitto che non il bene collettivo.

Il servizio inoltre fa vedere come funzionano le cose a Parigi e Madrid, altre due capitali.
A Parigi, come a Madrid, il comune si comporta come un imprenditore che fa gli interessi del Pubblico, ed ha sempre l'ulltima parola sulle scelte urbanistiche. A lavorare sulla progettazzione e costruzione dei nuovi quartieri sono i migliori architetti della scena nazionale e non, dando vita a brani di città di elevatissima qualità estetica. Molta considerazione è affidata alle esigenze dei giovani e dei nuclei familiari a basso reddito (specie nel caso Madrid) e questo determina un forte impegno nei confronti della residenza pubblica che in questi paesi offre standard qualitativi che in Italia ci sognamo. C'è da dire che a Roma, come nel resto d'Italia, la costruzione delle case popolari è uguale a zero da più di ventanni comportando l'innalzamento dei canoni d'affitto e l'esplosione del mercato immobiliare e della rendita fondiaria.

A questo indirizzo troverete la puntata integrale. http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%5E1078257,00.html

P.S:Fin quando continuerà a mancare una Azione Pubblica efficace e moralmente integra, in Italia, i danni recati al nostro territorio e alle nostre città e alla qualità della nostra vita non cesseranno, ma saranno pochi "amici" a guadagnarci e sempre gli stessi personaggi.

sabato 22 marzo 2008

Gli Emiri si comprano Palermo?

La società degli Emirati arabi, con sede a Dubai, che ha costruito la più grande isola artificiale del mondo, la "Palm Jumeirah", è pronta ad investire due miliardi di euro per il recupero del centro storico di Palermo, con la costruzione di strutture ricettiveanche sulla costa.

Il progetto della Limitless di Dubai, secondo quanto ricostruisce il Giornale di Sicilia, è appoggiato da Banca Imi e Banco di Sicilia, che sarebbero disposti a sostenere economicamente una parte dell'investimento degli arabi.
In particolare, la società degli emirati ha chiesto al Comune di creare un fondo immobiliare o meglio una Società di trasformazione urbana (Stu) a maggioranza pubblica e con un
partner privato. Il bando, su cui lavora l'assessore alle Società partecipate Sebastiano Bavetta, dovrebbe essere pronto dopo le elezioni di aprile.

Se il progetto dovesse andare in porto, cambierebbe il Piano particolareggiato esecutivo (PPE del Centro Storico), che è scaduto nel 2003 e per cui il Comune cercava cinque fra ingegneri, architetti e urbanisti a cui affidare l'incarico.

Fonte: Ansa


Fin qui la notizia, di cui si sentiva parlare già da qualche mese ( da Gennaio 2008).
La notizia sta creando, ovviamente, grande clamore e, nelle prime ore, nei dibatti si s0no consolidate due grosse fazioni opposte: gli "assolutamente contrari" e gli "assolutamente favoreli". Io, più incuriosito che affascinato dalla notizia, vorrei far parte dei "ragionevolmente scettici": vorrei vederci più chiaro.

Analizziamo il "problema" partendo dal dato: 2 mld di euro (cifra che a me fa un pò paura).
Provate a immaginare cosa sarà il bando per gli appalti, con una cifra come questa. Come si faranno i controlli? La procura dovra lavorare solo per questo? Tutti sti soldi...a chi andranno?

Con una tale cifra gli Emiri potrebbero davvero comprarsi Palermo. I bandi che in questi ultimi anni hanno permesso di attivare il recupero edilizio del centro storico hanno fin ad ora erogato contributi a fondo perduto per cifre non superiori ai 50 milioni di euro.
Noterete la sproporzione delle due cifre che si tradurrebbe in sproporzione dei rapporti di forza tra investitori e Amministrazione. Se gli Emiri mettessero sul tavolo questo bel gruzzoletto si correrebbe il rischio che l'Amministrazione cittadina, abbagliata da una quantità di denaro mai vista, lasci il campo libero alla Limtless (senza limiti...appunto) senza applicare alcun diritto di veto sulle trasformazioni urbane. Sarebbe necessaria un'Amministrazione tutta d'un pezzo, integgerrima, che detta le condizioni, forte del suo ruolo istituzionale, a cui spetta la guida della città.
Ma il richio che la guida passi in mano a sceicchi e speculatori, personalmente lo vedo forte e nitido. Il Centro Storico di Palermo non deve essere stravolto o ricostruito, bensì recuperato. Spero, qualora si lasci via libera al piano degli sceicchi, che la nosta città antica non venga snaturata accellerando quel processo di alienazione dai palermitani e dalle classi popolari che negli ultimi decenni prosegue inesorabilmente.
Sarei contento se il comune obbligasse la Limitless a occuparsi di:
  • Strade (recuperare-per una volta e per sempre- le strade lastricate, per le quali Palermo un tempo era famosa nel mondo; via le auto che dissestano le "balate" e via l'orrendo asfalto)
  • Impianti (fogne, rete del gas, illuminazione-siamo al buio-)
  • Mercati storici (la Vucciria sta lentamente morendo)
  • Riqualificare piazze, slarghi e verde pubblico (la qualità e definizione degli spazi pubblici a Palermo raggiungono livelli poco più che infimi)
e perchè no...
  • Residenza (prevendendo, per la cubatura residenziale resa nuovamente disponibile, che una porzione di questa venga immessa nel mercato a prezzi convenzionati.
A queste condizioni, "me l'accollerei" qualche spazio pubblicitario, qualche alberghetto...
Sarei favorevole ad un intervento nel lungomare che riconsegni il mare alla città: sotto gli occhi di Sindaci e Assessori, di progetti che puntavano al raggiungimento di questo obbiettivo ne sono passati tanti e non si è fatto ancora nulla.
Ecco, la società di Dubai potrebbe fermasi a questi interventi, dando a Palermo un lungomare e una zona portuale come quelli di Barcellona o Montecarlo. "STOP!"
Dico "si" ad un segno di modernità anche a Palermo...ma "no" a isole a forma di palma (?!) o a grattacieli in Centro Storico.

Si pone un'altro problema: Come si inserirebbero in questo nuovo contesto il nascente (?) prossimo PPE e il nuovo PRG? Gli Emiri e il loro programma di investimenti recepiranno le indicazioni degli strumenti urbanistici della citta? O sarà il nostro PPE a diventare un Piano di Lottizzazione Privata?

Ah!...Dimenticavo...L'Amministrazione, circa due mesi fa, ha rinviato (a quale data non si sa) la decisione sulla nomine (che sembravano già decise) degli incaricati per la progettazione e redazione del PPE, blocando di fatto tutto.

mercoledì 16 gennaio 2008

L´urbanistica incerta che devasta la città

L'articolo che riporto in quest'intervento è stato pubblicato qualche giorno fa in www.eddyburg.it, un sito "figlio" (tra i tanti) del lavoro e del'impegno di Edoardo Salzano, architetto, urbanista, professionista modello per "aspiranti pivelli" come me, divulgatore e tra i massimi esponenti della cultura uranistica italiana.

La questione trattata ha una rilevanza importantissima, ci tocca direttamente in quanto cittadini di Palermo, perchè è una questione da cui dipende il futuro della città. Tutto parte dalle voci e indiscrezioni che da qualche mese circolano attorno alla realizzazione del nuovo Piano Particolareggiato Esecutivo (PPE) del centro storico. Voci e indiscrezioni sono rimaste tali, e non si è ben capito quale debba essere l'impostazione o l'idea progettuale che l'Amministrazione vuole dare al nuovo piano. Anzi, si annusa un pò di confusione e indecisione. Cosa si vuol far seguire al recupero edilizio (recupero rivolto alle sole unità edilizie) avviato in questi anni? Si continuerà ad ignorare la necessità della chiusura al traffico? La questione ambientale? La questione abitativa e lo spopolamento? Una discussione con la città su questi temi è finora mancata. In questi giorni credo che un po' tutti ci siamo resi conto di quanto siano gravemente nocivi, per una città, la mancanza, da parte degli enti locali, di una prefigurazione condivisa e auspicata di futuro, l'incapacità nel solo programmare azioni a strategie efficaci.




Da la Repubblica, Palermo, 11 gennaio 2007 (m.p.g.) Autore: Sergio Troisi


Una strana attesa sembra gravare da qualche tempo sul destino urbanistico di Palermo, una serie di segnali, voci e dichiarazioni che investono direttamente i due principali strumenti urbanistici della città, il Piano regolatore generale e il Piano particolareggiato esecutivo, segnati nella loro vicenda storica da due diverse visioni e culture. Il primo, varato definitivamente dal Consiglio comunale nel gennaio 2004 con una presa d´atto che ha recepito i due decreti di approvazione da parte della Regione della variante generale inviata nel 2002, ha avuto un iter più che decennale quanto mai frastagliato che ne ha infine fortemente alterato le premesse e la filosofia d´impianto. Il secondo, approvato nel 1993 secondo i criteri del restauro conservativo, è ormai scaduto e, secondo gli annunci dell´assessore comunale all’Urbanistica Nino Scimemi, necessita di una revisione profonda così da attrarre capitali e risorse in grado di accelerare il recupero del centro storico. In modo differente, entrambi gli strumenti in vigore risultano così allo stato attuale delle anitre zoppe, insufficienti a delineare le direttrici di sviluppo e di disegno urbano, con la conseguenza di sospendere i piani di previsione della città tutta in una sorta di limbo, una condizione di incertezza che impedisce e blocca ogni ipotesi di progettualità unitaria accentuandone quella fisionomia casuale e frammentaria che sembra divenuto il suo carattere irreversibile.
Non c’è dubbio che tutta la vicenda del Prg abbia giocato, in questa disarticolazione progettuale, un ruolo centrale. Avviato addirittura nel 1989 con l´incarico affidato dalla giunta cosiddetta esacolore guidata da Leoluca Orlando a una équipe coordinata da Leonardo Benevolo per la variante di adeguamento, concretizzatosi operativamente con l´affidamento a Pierluigi Cervellati nel 1993, consegnato con gli elaborati a scala 1 a 5.000 l´anno successivo e adottato nel 1997, il Piano regolatore ha conosciuto, dopo questa data, una serie di modifiche all’impianto iniziale.
Un vulnus decisivo per Cervellati, al punto da disconoscerne la paternità in una dichiarazione polemica nei confronti della amministrazione Orlando, secondo la quale invece il passaggio non ne invalidava la concezione di base e gli assi operativi miranti a un recupero (come si legge nella premessa) della unitarietà territoriale: dalla identificazione del cosiddetto «netto storico» che indicava le parti di città dai caratteri di pregio storico, artistico e ambientale alla valorizzazione del verde storico, dal contenimento dell’incremento di cubatura nelle zone parzialmente urbanizzate alla individuazione delle aree destinate alla realizzazione di strutture residenziali, ricettive o direzionali.

Contro quel Piano - prima e dopo l’accoglimento delle osservazioni - si levarono subito le critiche di chi lo giudicava eccessivamente conservativo, penalizzante verso i possibili nuovi insediamenti commerciali e industriali, frenante nei confronti di un possibile sviluppo economico della città e del suo territorio; le stesse critiche a suo tempo rivolte al Ppe, con il quale infatti il Prg stabiliva una organica continuità di metodo saldando la filosofia del restauro del centro storico a quella di un recupero - dopo i decenni del saccheggio indiscriminato delle risorse territoriali - di quanto, nella lunga vicenda di Palermo e delle antiche borgate fagocitate dalla cementificazione era ancora leggibile e recuperabile come un sistema culturale unitario. I due decreti regionali contenenti una serie di modifiche e correzioni del marzo e del luglio 2002, recepiti poi dal Comune con una semplice - e anomala - presa d’atto, hanno inficiato sostanzialmente quel disegno e quella concezione. Alcune parti del «netto storico», soggetto a salvaguardia (zone A e A1), sono state convertite in zona B, e rese passibili quindi di aumenti di cubatura e di incremento demografico; alcune parti della zona B (parzialmente o totalmente edificate) sono state a loro volta convertite in zona C per nuova edificazione, aree di verde storico prima costrette da vincoli di inedificabilità assoluta sono state rinominate a verde agricolo con nuovi indici di fabbricabilità. Al termine del suo lungo iter, il Piano regolatore è così approdato a una mappatura ibrida, incerta, priva di strategia, e nonostante questo già più volte ulteriormente assediata sotto forma di deroghe e varianti, come quelle che hanno destinato l’area di Fondo Raffo, verde storico della Piana dei Colli a ridosso dello Zen, al nuovo centro commerciale fortemente voluto da Maurizio Zamparini. Una condizione di debolezza strutturale insomma, che non a caso ha indotto alcuni costruttori, nei giorni dell’emergenza dei senza casa, a chiedere addirittura un nuovo Piano regolatore che allenti definitivamente i vincoli in una deregulation che rischierebbe di tramutarsi nell´ennesimo, definitivo episodio delle mani sulla città.

La richiesta è stata respinta dall’assessore all’Urbanistica (né poteva essere altrimenti: i Prg hanno, per legge, una loro durata), che però, quasi contestualmente, ha annunciato l’intenzione di rivedere in modo sostanziale il Ppe affidando tale compito a un gruppo di cinque esperti. Ufficiosamente, i nomi sono usciti nei giorni scorsi, e si tratta di urbanisti e architetti di prestigio (da Bruno Gabrielli a Teresa Cannarozzo, che proprio sulle pagine di questo giornale aveva in passato sottolineato i meriti del piano, e la cui presenza costituiva quindi una garanzia di equilibrio in un contesto così delicato), ma le nomine, improvvisamente, sono state bloccate al punto che lo stesso assessore ha minacciato le dimissioni se queste non fossero state firmate dal sindaco entro la fine della settimana scorsa. La settimana è trascorsa, le dimissioni non ci sono state; in compenso, è giunta la notizia (non smentita; ne ha scritto la scorsa domenica Massimo Lorello) di un possibile accordo che Diego Cammarata starebbe per condurre in porto con la società degli Emirati Arabi "Limit Less" per il risanamento non soltanto del centro storico, ma anche di quella zona costiera - il Waterfront, come è stato ribattezzato - su cui da tempo gravitano gli interessi della autorità portuale, senza che tuttavia l’intervento progettuale (era uno degli aspetti più sconcertanti della mostra della Biennale architettura che proprio il commissario Nino Bevilacqua aveva voluto nel padiglione di Sant’Erasmo lo scorso anno) andasse oltre le indicazioni preliminari. Come si costituirebbe tale accordo, e soprattutto quali conseguenze avrebbe nei confronti sia del Prg che del Ppe, è tutto da vedere. È altamente probabile, tuttavia, che la logica di intervento possa avere un effetto dirompente sui due strumenti urbanistici, ed è tale incertezza sulla logica di ridisegno della città tutta - senza che si sia aperto un dibattito reale su questioni di cruciale importanza per il futuro di Palermo - a destare allarme, nel merito e nel metodo.

venerdì 30 novembre 2007

IL COMUNE ADOTTA IL PIANO STRATEGICO PER LA MOBILITA'!!!

Finalmente!!! Era ora che il Comune di Palermo si dotasse di un vero Piano Strategico per la Mobilità Urbana che risponda ai problemi della mobilità urbana in maniera integrata, abbandonando la sporadicità lo scollamento e la provvisorietà dei provvedimenti fin ora attuati in materia.

"Strategico" significa (oltre che strutturato in base ad obbiettivi specifici e strategie d'azione correlate) che individua un partenariato di soggetti (pubblici e privati) che condividono l'obbiettivo generale del piano, ne sostengono l'attuazione avendo ritenuto utile e vantagiosa la realizzazione dello scenario prefigurato.

"Integrato" nel senso che metterà a sistema gli interventi già realizzati, quelli finanziati, quelli che rientrano nei programmi comunali, quelli nuovi, ritenuti necessari dal nuovo piano ad eliminare le criticità attuali, suggeriti anche delle ultime e più efficaci esperienze europee e tenendo conto di tutti gli aspetti "alternativi" della mobilità urbana.

L'opportunità offerta è, a mio avviso, fondamentale per la città, da non sprecare: per l'attenzione ai temi della sostenibilità (ambientale ed economica) della (nuova) mobilità, dell'efficenza, della soliderietà sociale, e, sopratutto, per l'occasione di determinare una svolta positiva all'assetto della città attraverso l'itegrazione tra riqualificazione urbana (degli spazi collettivi e dei luogi storici) e Piano pe la Mobilità (negli aspetti sia "infrastrutturali" che "normativi").

Opportunità che, se sfruttata adeguatamente, potrebbe portare Palermo ai livelli delle città europee con i più alti livelli di qualità della vita.

Ho solo dato una lettura veloce e incopleta al Piano e mi ripropongo di leggerlo tutto, con attenzione, in maniera da aprire un successivo post dedicato alla analisi e alla critica del Piano.
Attualmente, infatti, la mia capacità di critica potrebbe risultare inficiata dall'iniziale, inevitabile, entusiasmo che prende chiunque si trovi davanti ad una novità.

Ma già ora non viene difficile affermare che la corretta implementazione di un tale programma e il conseguimento dei risultati sperati neccessitano di: una attiva collaborazione da parte dei cittadini; alte capacità di gestione e controllo da parte dell'amministrazione. Riguardo invece l'effettiva attuabilità di certe azioni...ritengo che queste si scontrino con ostacoli di tipo fisico-strutturale e in, alcuni casi, culturali (ostacoli duri dunque). Attendiamo fiduciosi.

mercoledì 28 novembre 2007

Paesaggio

Con un pò di ritardo concluderò, attraverso questo intervento, la chiarificazione dei termini Territorio, Ambiente, Paesaggio, con cui avevo aperto la mia partecipazione a questo blog. "Paesaggio" era l'ultima voce che mancava all'appello. Vogliate scusarmi per la mancanza di tempismo...

Il concetto di Paesaggio è, rispetto ai due termini precedente analizzati, più difficile da definire secondo una interpretazione rigida che porti ad una formulazione semplice da ricordare. Nella vicenda culturale italiana, ma anche europea, il Paesaggio è stato oggetto di diverse interpretazioni e, col tempo, diverse fasi storiche hanno messo in luce, privilegiato, differenti aspetti del paesaggio. Quindi diverse fasi storico-culturali sono state caratterizzate da determinate interpretazioni del concetto di paesaggio che a loro volta, attraverso la legislazione prodotta, hanno segnato l’apertura e chiusura di differenti fasi urbanistiche e/o pianificatorie. Qui tenterò di riportare solo l’idea che la sensibilità e l’esperienza più moderna hanno prodotto del Paesaggio.

Volendo astrarre subito un significato di Paesaggio, in linea con quanto già scritto, possiamo affermare che esso rappresenta la forma che il lavoro e la cultura dell’uomo hanno dato all’ambiente nel tempo. Al lavoro materiale e culturale dell’uomo bisogna aggiungere anche quello della natura che nel tempo modellando l’ambiente o il territorio lo hanno dotato di quei peculiari caratteri formali che producono un Paesaggio. Quindi alla genesi di un Paesaggio concorrono Uomo Natura e Storia insieme. Il Paesaggio allora può essere così definito: il prodotto storico della cultura e del lavoro dell’uomo, della natura sulla natura stessa.

Alla luce di quanto detto e tenuto conto dell’ultima definizione possiamo dire cosa caratterizza un Paesaggio: aspetti formali ( linee, volumi, colori), aspetti fisici visibili (orografia, geologia, idrologia) o non visibili (clima, altitudine), tutto correlato alle attività umane e ai loro aspetti.

Nel Paesaggio, nella forma del territorio, natura uomo e storia si integrano in maniera diversa nei vari luoghi e parti del pianeta, formando così tipi diversi di paesaggio (naturale, agrario, urbano). Essendo ognuno il risultato di un processo di costruzione storica dell’ambiente, la loro differente genesi definisce l’identità dei luoghi che sta alla base della stessa identità delle comunità che abitano quei luoghi. “Prodotto della storia, e identità dei luoghi e delle comunità: questi sono gli attributi del paesaggio” (Edoardo Salzano, Articolo per “Gazzetta Ambiente”, Venezia, 2 luglio 1999. )

Ecco perché Riccardo riferendosi al centro storico (e ai centri storici), paesaggio urbano per antonomasia, ha fatto bene a parlarne in termini di “zona d’identità della città” o di “anima di una città, ciò che, chiunque voglia conoscere di quell'urbe, deve andare a visitare, poiché in esso è custodita la storia millenaria della stessa città.” L’importanza culturale, sociale, del Paesaggio sta nell’essere al tempo stesso prodotto e deposito, testimone di storia e di culture, in una sola parola memoria. Esso in ogni sua forma,dunque, in quanto “memoria” deve essere preservato e tutelato se si vuole mantenere e conservare nel futuro l’identità di un luogo o di una comunità. Capiamo bene allora in cosa consiste la necessità sociale della sua conservazione.







A questo punto si potrebbe parlare dei molti temi, legati al concetto di Paesaggio, che qui ho solo sfiorato: la storia delle teorie sul Paesaggio, la legislazione sul Paesaggio, il tema della tutela e della conservazione, dell’utilità economica e non solo sociale della tutela etc etc… ma mi dilungherei troppo, perché ognuno di questi argomenti meriterebbe un post specifico.

venerdì 23 novembre 2007

Commento su "La responsabilità etica dell'Architettura - la campagna di Sir Richard Rogers -"

Ho letto il post che recentemente Angelo ha pubblicato ed ho inizato a scrivere una mia riflessione che si è allungata così tanto da non avere più la parvenza di commento, ma quasi di introspettiva sulla nostra città. E credo che l'intento di Angelo nel pubblicare quel pezzo fosse porprio questo. Ho dunque deciso di aprire un post se stante perchè per la lunghezza e forse tediosità dell'intervento era più consono uno spazio siffatto e non un commento. Ringrazio Angelo per essere stato in grado di "smuovere le umani coscienze" e spero vivamente che tutti voi altri siate tanto presi da quel post da maturare una riflessione e da volerla condividere con tutti noi.

Di seguito trovate il mio pensiero. Scusate nuovamente per la sua lunghezza e forse tediosità.


Questa intervista è assolutamente interessante e ancor di più sconcertante: vorrei porre l'attenzione su una immagine che viene al lettore man mano che si scorrono le parole dell'architetto Rogers, ossia il grande, stridente contrasto con le nostre città, soprattutto con PALERMO! Questo stesso contrasto è poi messo sotto i riflettori dalla stessa giornalista (abbastanza abile a giocare su questa dicotomia) e in primis dall'architetto inglese... L'impressione che dopo questa lettura mi resta, insieme ad un'idea in me connaturata da tempo, è che effettivamente da noi le cose vadano molto male, in tantissimi ambiti e l'urbanistica/architettura è uno di questi.. Volendo parlare della nostra città, come possiamo dimenticare lo "scempio di via Libertà" depredata di quasi tutte le sue bellissime ville stile liberty in seguito alle concessioni edilizie firmate dall'allora assessore ai lavori pubblici, Vito Ciancimino? Un panorama artistico perduto nel giro di poche notti... Ma il discorso sarebbe quasi troppo riduttivo se lo fermassimo puramente ad una questione di "bello artistico": il problema è che le città, le NOSTRE, non sono a misura d'uomo e in quanto tali non sono affatto vivibili. Quella multifunzionalità di cui parlava Rogers, in questa sua intervista, a Palermo in parte c'è, ma in molta altra parte manca. La città a mio avviso deve essere il punto primo di cui un cittadino dovrebbe vantarsi, e partendo dal centro storico ed arrivando alla periferia di Palermo c'è ben poco di cui si possa andare parlando fieramente... Per esempio: il centro storico rappresenta l'anima di una città, ciò che, chiunque voglia conoscere quell'urbe, deve andare a visitare, poiché in esso è custodita la storia millenaria della stessa città. Eppure il nostro centro storico sembra tutt'altro che lo scrigno della nostra storia: palazzi lasciati al loro destino, in un evidente stato di abbandono ed in quanto tali spesso non facilmente affittabili a gente del luogo. Da qui nasce una sorta di "invasione" extracomunitaria di buona parte del centro di Palermo (almeno dalla zona che va dalla stazione sino quasi via Bandiera); invasione la quale è giusto e necessario che esista e che ci sia poiché le nostre società ormai sono multirazziali e multiculturali, e poiché l'integrazione deve essere la prima cosa che una città deve sapere offrire a chi sta chiedendo a quel posto una residenza per la futura vita sua e dei suoi familiari. Ma se integrazione deve essere, che lo sia in uno spazio (nel nostro caso il centro storico) che prima ancora di tale invasione sia stato riportato ai suoi “fasti”, tale da poter dire alle genti di Palermo e a coloro che a Palermo arrivano: “Benvenuti, questa è la nostra storia: aiutateci a renderla ancora più gloriosa”. Certo, è vero che negli ultimi 5 anni abbondanti molti interventi sono stati compiuti per riqualificare la “zona d’identità della città”, ma credo possa essere un grave errore supporre che si sia raggiunto l’obbiettivo che ci si era prefissato.

E che dire poi della periferia? Beh, guardiamo due versanti: lato Villabate e lo Zen. Magari ho preso due esempi molto estremi, soprattutto l’ultimo ma credo rendano bene l’idea. Partiamo proprio dallo Zen, anzi quartiere San Filippo Neri: chi ha mai potuto immaginare che la città, anzi prima ancora il quartiere in cui si vive, non debba essere il punto primo di rilancio sociale e affermazione culturale? Sicuramente non chi ha costruito la Zona Espansionistica Nord di Palermo, perché chiunque entra in quella zona viene pervaso da un senso di tristezza e da una voglia di evasione che difficilmente potrebbe non essere giustificata. Come fare a non restare soffocati da quegli enormi palazzoni monotinta, affacciandosi dalle finestre dei quali si riesce solo a scorgere la persiana del dirimpettaio, o al più il condominio più vicino? Come può essere una struttura siffatta il punto di rilancio per i suoi abitanti o ancor peggio una “struttura multifunzionale” ove dire “ci lavoro, ci passo il tempo libero, CI VIVO”? Come potrebbe mai un obrobrio della moderna urbanistica far nascere un sentimento di quiete nell’animo dell’abitante se l’unico pensiero che vien in mente costeggiando quei palazzoni è la fuga? Preferisco però non addentrarmi troppo su questioni sociali che magari non sono nemmeno di mia competenza, poiché mi rendo ben conto che la questione “ZEN” è molto delicata per cento ragioni e forse questa urbanistica rappresenta soltanto la centunesima…

Mi voglio servire invece dell’esempio di Villabate per ragionare un po’ su un altro punto relativo all’intervista di Richard Rogers: proprio l’altra sera parlavamo con l’amico Angelo Priolo della questione “viabilità” a Palermo, convenendo che probabilmente non serviranno nemmeno gli attuali piani del nostro Comune per correggere una situazione, quella nostra, che sembra ormai potere soltanto peggiorare.. E’ vero che la presenza di un passante ferroviario, dei tram e di chi per essi può rappresentare un punto di partenza, a mio avviso anche ottimo, per creare un efficiente sistema di trasporto pubblico.. Ma è pur vero che a Palermo MANCA la cultura del trasporto pubblico perché tutti noi, me incluso, abbiamo l’idea che spostarci in macchina sia più comodo, poiché dipendenti solo e soltanto da noi stessi.. Perché quando vuoi tornare a casa o spostarti per la città basta accendere la macchina!!! La situazione reale è però ben diversa, poiché tanto per citare il celeberrimo film di Roberto Benigni, “Jhonny stecchino”: “il vero problema di Palermo è IL TRAFFICO”. E, in ogni caso, seppure dipendente solo da te stesso/a, ti ritrovi ugualmente bloccato/a nel traffico con accanto alla corsia lungo la quale la tua macchina procede ad un passo di tartaruga tanto lento da “consentire finalmente ad Achille di raggiungere la Tartaruga”, lo stesso autobus che avresti potuto prendere per ritornare a casa. E, mentre procedi, capisci d’aver fatto una enorme stupidaggine a spostarti in macchina, perché hai perso i soldi della benzina impiegando lo stesso tempo impiegato dal trasporto pubblico… E ti senti due volte scemo/a!!!!

C’è però da sottolineare anche che quella sopraccitata idea della comodità del trasporto privato su quello pubblico nasce da una realissima situazione di “malfunzionamento” del trasporto pubblico stesso. Volevo parlare della Palermo confinate con Villabate proprio in questo senso: come si può preferire al trasporto pubblico quello privato se chi deve spostarsi verso il Centro città corre il rischio di dovere attendere più di mezzora alla fermata un bus che, una volta arrivato, sarà così affollato da non permettere nemmeno alle formiche di respirare? E il discorso va esteso anche alle altre zone della periferia della nostra città… In questo si palesa il paradosso della nostra città, come mi disse Angelo stesso quella sera: il centro storico, che sicuramente vede viaggiare un volume di persone nettamente superiore a quello dalla periferia, è più “fittamente” collegato da una rete di trasporti che quasi (QUASI) sfiora l’efficienza mentre la periferia (dalla quale giungono potenzialmente più della metà di coloro i quali fan parte di quel volume di cui si parlava prima) è abbandonata quasi (QUASI?) del tutto al suo destino. In tal senso magari sono da leggere gli interventi del Comune, ma nonostante ciò c’è qualcosa ancora che stride con quanto detto da Rogers e che ben si inserisce in questo ragionamento: la creazione di nuovi parcheggi. Come può una città dedita al “comodismo” accettare l’idea, la cultura del trasporto pubblico se a questa stessa vengono fornite delle strutture opportune ove lasciare la propria vettura in sosta per tutto il periodo che si vuole? E su questo aspetto voglio fermarmi, perché ci sarebbe da chiedersi anche come sono distribuiti i proventi di tali parcheggi, che forse non tutti sanno che saranno per molti anni riversati solo ed esclusivamente nelle casse di chi li ha costruiti..

Ecco, in tal senso si apre la mia riflessione all’intervista di Rogers, e se proprio devo dirla tutta, forse per il siculo pessimismo o per “esperienza di vita vissuta”, non sono molto ottimista del futuro, ma mi fido… Mi fido della presunta capacità di chi governa di circondarsi di persone valide che sappiano dare alla nostra città un aspetto migliore e una vivibilità al pari degli standard europei. Mi fido di coloro i quali hanno realmente la possibilità di chiedere una mano a gente come Rogers che di questa professione ha fatto una sorta di “missione personale”.

Mi fido..

Mi voglio fidare..

lunedì 19 novembre 2007

La responsabilità etica dell'Architettura - la campagna di Sir Richard Rogers -

Ho appena letto un 'articolo che mi ha riempito di gioia e mi farebbe ancora tanto piacere se, dopo aver dedicato qualche minuto del vostro tempo alla lettura di questo blog, queste poche righe riuscissero a "rianimare" voi come hanno "rianimato" me.

Sentir parlare di responsabilità etica dell'Architettura mi ha fatto ricordare la ragione di una scelta, quella dei miei studi, e mi sprona a superare la fase di sconforto che m'attanaglia da quelche giorno che è sopraggiunta dopo essermi convinto della sconfitta dell'urbanistica. Già, perchè oggi, in Italia, "chi" dovrebbe utilizare lo strumento urbanistico come una forte arma a difesa e a suggello del Patto tra Stato e Cittadini, per il bene collettivo e l'interesse pubblico, di fatto opera nella versione opposta, dando l'impressione che il Piano sia invece diventato un pesante fardello, magari luccicante come un gioiello, ma da mettere da parte subito dopo averlo sfogiato , ostentato per un pò.

La gioia me la suscitano la chiarezza e la semplicità delle parole, che si rivolgono a un pubblico ampio, a mio avviso. Certe riflessioni, certi problemi, certe soluzioni non sono meri tecnicismi e non devono rimanere nella testa di urbanisti o architetti (già sarebbe qualcosa in effetti) ma devono essere fatti concreti, attualità di "dominio pubblico", perchè riguardano noi cittadini dato che le città, per definizione, sono nostre, e noi dobbiamo viverle. Altrimenti potremmo sentirci chiedere..."Ma dove vivete?"

Violante Pallavicino intervista un architetto che comprende la città, i suoi problemi e quindi individua le soluzioni. Racconta come si fa in Gran Bretagna. Dal trimestrale
Terzo Occhio, n, 4, ott/dic 2007


Come ogni estate, ad agosto, Richard Rogers, si riposa in Toscana. Arriva da Los Angeles. Subito prima, a Londra, ha ricevuto il Pritzker Prize, equivalente al Nobel per l’Architettura; l’anno scorso, alla Biennale di Venezia, il Leone d’Oro alla Carriera. Riconoscimenti importanti, che si aggiungono, tra gli altri, al Premio Imperiale del Giappone, alla Legione d’Onore francese, all’attribuzione del titolo di Pari d’Inghilterra. Ma ciò che davvero conta, per il progettista di molti tra i più innovativi edifici del mondo, chiamato insieme a Daniel Libeskind, Norman Foster e Fumihiko Maki alla ricostruzione del World Trade Center a Manhattan, è aver contribuito alla riqualificazione delle grandi metropoli moderne.

A 74 anni, passeggiando per Londra, Barcellona, Berlino, Lisbona, o New York, o Seul, si trova a vivere dentro la sua visione realizzata: quartieri ad alta densità, nati dal riuso delle aree industriali dismesse, popolati di costruzioni high-tech, (prototipo il Beaubourg, creato dalla coppia Richard Rogers/Renzo Piano nel 1977) e spazi pubblici pedonalizzati, sottintesa l’idea di piazza della città rinascimentale (Rogers rimanda alla sua nascita, avvenuta in quel di Firenze), luoghi ameni di incontro e scambio tra persone, fulcro della progettazione e della rigenerazione urbana sostenibile, ma anche punto nodale dei collegamenti cittadini.”

Lord Rogers, come ha fatto?

“A far entrare architettura e progettazione urbanistica nell’agenda della politica? Da bambino ero dislessico e lottavo disperatamente per non essere l’ultimo della classe, ho imparato la tenacia… e anche tante cose sulla convivenza sociale: arrivavo in Inghilterra da Trieste, nel ’39, dove la mia famiglia viveva da 2 generazioni. Poi gli studi… io credo nella responsabilità etica dell’architettura, sono ancora un convinto modernista, e penso che l’architettura abbia il ruolo dell’arte di avanguardia: deve generare nuova coscienza e preparare il futuro.”

La sua personale ossessione, che ha prodotto una dottrina: il “rinascimento urbano”.

“L’80% della popolazione mondiale vive nelle città, è il dato da cui partire. In Inghilterra il 90%. E sono loro, le persone, il primo referente dell’urbanistica. Poi c’è il mutamento climatico, la più grande minaccia al futuro del nostro pianeta, che ci impone di tutelare l’ambiente naturale ponendo un limite al consumo di suolo e di energia. E quindi la città deve essere: compatta (rimanere all’interno dei suoi confini), verde (anche perché progettata in modo sostenibile: gli edifici producono il 50% dell’inquinamento), multi-centrica (tanti quartieri ognuno con una sua identità e autonomia), integrata (la convivenza di ceti sociali diversi evita sofferenza e delinquenza), multi-funzionale (ci vivo, ci lavoro e ci passo il tempo libero), ben connessa (anche perché ben pianificata: ci si va a piedi, in bicicletta, in autobus, in metrò).”

Facciamo l’esempio di Londra.

“Negli Anni ’80 era il caos, non esisteva nemmeno un Ufficio che avesse la responsabilità della pianificazione. La politica della Thatcher, in coincidenza col più grande boom immobiliare del secolo, era totalmente al servizio della speculazione. E ovviamente favoriva l’espulsione delle classi povere dalla città verso i quartieri dormitorio, con il devastante corredo di nuovi centri commerciali, quadruplicati poco dopo il suo arrivo. A proposito! Ma che sta succedendo in Italia? Da nessun altra parte al mondo vedo il cancro dei centri commerciali, multisale comprese, dilagare come da voi… state distruggendo il tessuto sociale delle città, fate chiudere i negozi e consegnate i centri storici ai turisti che li trasformano in parco dei divertimenti… guardi qui vicino, anche Pienza… “

Appunto. Siamo qui perché Lei ci indichi un rimedio.

“Io, all’epoca, scelsi di impegnarmi in campagna elettorale a fianco del New Labour Party, scrissi in quell’occasione il mio unico libro: Architecture: A Modern View (1991). Quando abbiamo vinto, era la sera delle elezioni del 1997, ricordo che ero in mezzo alla folla del South Bank a Londra, a urlare di gioia. Poi nel 1998, con Tony Blair, abbiamo creato la struttura che doveva individuare le cause del declino urbano e costruire una prospettiva per le nostre città, la Urban Task Force. Oggi molte delle 105 Raccomandazioni,frutto del lavoro iniziale, fondano la nostra politica nazionale per grandi e piccole città. Ci tengo a dire che a Londra abbiamo avuto un incremento della popolazione di 1 milione di persone in 10 anni e non abbiamo toccato un solo metroquadrato di green field, la campagna intorno alla città. Abbiamo costruito solo su brown field, le ex aree industriali. Dal 2001 è legge nazionale: il 70% di ciò che si decide di costruire, laddove esiste, deve essere su brown field, e a Londra il sindaco Livingstone sta arrivando al 100%.”

Unrisultato straordinario.

“Abbiamo ottenuto questo aumentando la densità edilizia. E non vuol dire salire in altezza. A Barcellona, che ha la più alta densità d’Europa, la media è di 8 piani, tranne un paio di grattacieli. Il punto è che non dovremmo mai costruire meno di 40 unità per ettaro. Questo parametro è tale perchè servono 5.000 persone per rendere economicamente sostenibile una fermata d’autobus, le case distanti, a piedi, non più di 8 minuti. Se costruisci così 3 ettari, ad alta densità, puoi garantire una linea d’autobus, se arrivi a 4/5 puoi avere la stazione. Sto sempre parlando di edificare su brown field, naturalmente! Lo sa, abbiamo calcolato che la costruzione di una villetta fuori dal perimetro urbano, nel green field, costa alla collettività € 50.000. Sono tasse invisibili che la comunità paga, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: distruzione del paesaggio, una sconfinata periferia di non-luoghi… accelerazione del riscaldamento globale.”

Per questo, anche con Livingstone, avete puntato sul trasporto pubblico.

“Le misure più radicali, per ridurre le emissioni legate alla mobilità,sono del 2003: a Londra in un’area di 22 km quadrati, con un buon 20% della popolazione contro, è stato imposto un ticket giornaliero di circa € 8,00, sconti solo per i residenti e il ricavato a finanziare il trasporto pubblico. Dopo 1 anno: 70.000 auto in meno, 29.000 passeggeri in più sugli autobus, puntualità migliorata del 30% , inquinamento ridotto del 15%.”

Niente parcheggi?

“Per carità! Un’altra follia tutta italiana, questa dei parcheggi sotterranei nei centri storici! Così si continua a inquinare, a congestionare la viabilità, si rallenta la velocità dei mezzi pubblici… A Genova, per esempio, so che Renzo Piano ha provato a opporsi. Pensi che a Londra, negli ultimi 40 anni, non abbiamo autorizzato la costruzione di un solo parcheggio.”

Quindi, a 10 anni dall’istituzione di Urban Task Force, il bilancio è totalmente positivo?

“Segnalo che avevamo un precedente. Nel dopoguerra con le città distrutte e il paese in rovina, il governo del Labournazionalizzò i diritti edificatori e per contrastare lo sprawl, il dilagare delle casette fuori dalla cerchia urbana, impose un greenbelt attorno all’area di Londra. Era il 1944. La popolazione in eccesso sarebbe stata accolta nel sud-est d’Inghilterra, oltre il greenbelt, nelle “new towns” accuratamente pianificate e edificate dallo Stato. E comunque la mia risposta è no. Ciò che siamo a riusciti a fare a Londra non vale per tutto il paese. Rimangono enormi disuguaglianze nelle nostre città, i prezzi delle case sono spinti verso l’alto, l’offerta di edilizia sociale è insufficiente, il potere dei costruttori rimane troppo grande. C’è di buono che, per ottenere i permessi, sono obbligati a costruire un 35% che viene immesso sul mercato a prezzi accessibili, in vendita e in affitto. Il sindaco Livingstone, vorrebbe alzare questa quota fino al 50%. Oggi in Inghilterra la percentuale di alloggi di edilizia sociale, in rapporto al totale di alloggi esistenti, è del 21%.”

In Italia siamo al 4%, l’Olanda, invece …

“In Olanda è il 35% , ma lo stato è padrone quasi del 90% dei terreni e questo perché li hanno materialmente strappati al mare! L’Olanda da questo punto di vista è un modello per tutti. Noi usavamo lo stesso sistema prima della Thatcher, credo che ci torneremo: acquistare i terreni, per poi vendere ai costruttori i lotti edificabili. Così si esercita un controllo anche sulla qualità della progettazione, non solo sull’offerta di edilizia sociale.”

A proposito di qualità…

“Per me la qualità del design si deve esercitare innanzitutto sugli spazi pubblici. A Londra abbiamo istituito per questo CABE (Commission for Architecture and the Built Environment) che valuta i progetti dei nuovi insediamenti e tra breve altre tre Commissioni saranno funzionanti nel resto del paese. Esaminano i progetti e possono bloccare l’iter autorizzativo. Lo sa che in Inghilterra non serve un professionista per firmare? Chiunque può farlo. Il responsabile dell’Ufficio tecnico comunale poi si incarica di controllare la conformità agli standard.”

Lo considera un buon sistema?

“Guardi, mi verrebbe voglia di rispondere con una battuta: in Italia gli architetti firmano il progetto, ma poi sono gli Uffici comunali che ci mettono le mani. Succede così: intanto si blocca tutto, poi si taglia un pezzo qui, se ne mette un altro lì e finalmente lo si chiude nel cassetto. Restiamo in Toscana: il mio primo progetto, per l’area di Novoli, è del 1978; del 1983 è quello per il recupero delle rive dell’Arno (nel frattempo sono riuscito a farlo sul Tamigi), poi viene l’area ex-Fondiaria di Castello, nel 1995, sempre a Firenze. Aggiunga, nel 1999, il piano per riqualificazione della Passeggiata di Viareggio e il più recente, commissionato nel 2001, per il centro di Scandicci. Ebbene, non se n’è fatto niente, sono trent’anni che faccio progetti in Italia, ma ancora non ho costruito una casa.”

C’è da chiedersi se architetti della sua fama non vengano usati come arieti, per far saltare i Piani Regolatori: un nome importante per far passare aumenti di cubature altrimenti ingiustificabili.

“Forse…”

Riguardo al suo progetto per l’area ex Alitalia alla Magliana di Roma, Legambiente si è fatta portavoce della protesta; a Viareggio è nato il Comitato Salviamo la Passeggiata… per Scandicci, i Comitati dei Cittadini denunciano il tentativo di saturare residui spazi verdi…

Ricordo ancora, con entusiasmo, un’assemblea a Scandicci con la gente, fino all’una di notte, ad ascoltare il progetto sulla loro città. Era il 2002. Non sono i cittadini a bloccare i progetti, ben venga il loro contributo. E tra l’altro, quello di Scandicci, è l’unico ancora in essere… Guardi, io nel 2003 ho pubblicato su la Repubblicauna lettera aperta al Sindaco Leonardo Domenici…”

Cosa diceva nella lettera?

Chiedevo, dopo 7 anni, che fine avesse fatto il mio Piano guida per Castello, mentre vedevo Firenze continuare ad espandersi oltre i confini urbani, consumando il suo bellissimo e prezioso territorio. Segnalavo la mia preoccupazione che, sotto la pressione delle dinamiche di espansione, si considerino solo le convenienze della politica, rinunciando alla qualità sostenibile della città del futuro”.

Non ha usato mezze parole.

Senta: questo è il paese dove è nato il concetto di proprietà pubblica, a Roma, l’avete inventato voi! Ma in Italia, e non da oggi, chi governa ha perso il senso di responsabilità nei riguardi della cosa pubblica. E manca il riconoscimento del bene comune come valore condiviso. Un esempio? Dato che siamo in Val d’Orcia…”

Monticchiello?

Sì, ma prima voglio dirle che se lei guarda giù dalle mura di Pienza, ancora vede un paesaggio intatto. Aver conservato la bellezza è frutto di una cultura che c’è, o c’era fino a pochissimo tempo fa. E’ per questo che vengo qui. La lottizzazione speculativa di Monticchiello é la negazione di questa cultura. Conservare il paesaggio è interesse pubblico. Costruire quegli edifici, a Monticchiello, è interesse privato.”

Demolire?

Bisogna coltivare la passione per un gesto del genere… sì, voi italiani ce la potete fare. Ma prima di buttar giù, bisogna avere il coraggio di dire no: chi vuole una seconda o una terza casa in mezzo alla campagna deve trovarsela tra quelle esistenti.”

Si obietta che villettopoli sviluppa l’economia locale.

“Non voglio rispondere a una tale scemenza. Sappia che una classe politica, se non ha una visione collegata a un progetto, a un’idea di società del futuro, non potrà mai essere all’altezza del compito che gli affidiamo.

mercoledì 31 ottobre 2007

Variazione circolazione Corso dei Mille

In seguito all'ampliamneto dei lavori lungo corso dei mille, la circolazione su tale via è stata "lievemente" modificata: il tratto interessato è quello che va dall'incorcio con via Cappello al ponte sull'Oreto, in prossimita di via Decollati, in altre parole la perimetrale del ponte Ammiraglio. Tale piano si crede resti in funzione per almeno un altro mese. Poichè l'arteria chiusa risulta essere una delle più importanti per la viabilità cittadina, ho pensato di preparare una mappa con il cambiamento della circolazione e riferimenti fotografici a supporto di essa.

Chi va verso via buonriposo e chi viene dalla suddetta via deve attendere il via libera dato da un semaforo temporaneo posto a pochi centimetri da terra, come indicato sulla mappa. Ognuna delle seguenti foto, mappa compresa, saranno allargate cliccando sopra esse. Spero d'avervi reso un servizio.

Mappa:















Riferimenti:
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mercoledì 3 ottobre 2007

L'Ambiente

L’Ambiente è l’insieme delle condizioni esterne in cui si svolge, o che rendono possibile la vita. Per l’Ecologia queste condizioni sono di natura sia fisica che biologica ed interagiscono reciprocamente attraverso flussi di materia ed energia. Ciò che favorisce o facilita la vita sono, invece, i cosiddetti “fattori limitanti” che dipendono dalla configurazione dei luoghi (longitudine, latitudine, altezza sul livello del mare, esposizione, precipitazioni, temperature stagionali, configurazione geologica, natura del suolo, idrografia). Fin qui facciamo riferimento all’ Ambiente Naturale, quindi al suo significato eco-biologico.

Nell’ottica dell’architettura, o dell’urbanistica “moderna” (teorizzata e messa in pratica dal movimento razionalista) l’Ambiente è, più in generale, un unità di elementi che permettono lo svolgimento di una specifica funzione. Da questo punto di vista città e campagna sono due ambienti differenti; così come lo sono un insediamento agricolo e un agglomerato industriale; un quartiere residenziale e una zona commerciale, un giardino; un appartamento e una chiesa sono due ambienti in cui si svolgono funzioni diverse; anche all’interno della stessa unità immobiliare (come un appartamento) ci sono ambienti differenti. Oltre a quello biologico e a quello “funzionalista”, l’Ambiente, possiede anche un significato storico-culturale che (riferendoci ad una località) dipende dai costumi, dalle tradizioni, dalla morale corrente, dai culti, dalle testimoniane artistiche locali; dalle dominazioni straniere subite o dai domini esercitati nel passato su paesi stranieri, dalla eventuale presenza di minoranze etnico – linguistiche, da normative, gerarchie sociali…

Ciò che l’uomo vive, dunque, non è il Territorio, ma l’Ambiente che rispetto al Territorio è qualificato biologicamente, storicamente e culturalmente. In più si potrebbe affermare che l’Ambiente, nella sua più completa accezione, è il Territorio (materia grezza, Natura vuota) che l’uomo ha organizzato, dotato di significati, in funzione della sua vita. Senza l’Ambiente biologico noi non potremmo respirare, nutrirci, dissetarci o riprodurci. Ma senza l’Ambiente storico-culturale la vita dell’uomo sulla Terra si ridurrebbe a un mero vegetare.

N.B.: Un Territorio rimane identico a se stesso attraverso le mutazioni del suo Ambiente biologico e del suo ambiente storico - culturale. Anche l’ipotesi della radicale distruzione di un Ambiente biologico o storico – culturale non incide sul territorio, il quale può essere trasformato o cancellato solo da cataclismi geologici repentini o fenomeni più lenti, come anche da interventi umani.

lunedì 24 settembre 2007

Il Territorio

Il concetto di “territorio” ha significato quasi esclusivamente spaziale dal punto di vista estensivo-quantitativo. Per territorio si intende, infatti, una più o meno vasta estensione di superficie terrestre, che può essere delimitata o da divisioni geofisiche (monti, fiumi, mare), o secondo differenze linguistiche, o secondo divisioni storico-tradizionali, o secondo delimitazioni politico-amministrative. Quest’ultime sono in genere divisioni convenzionali e arbitrarie, che possono non coincidere con quelle geofisiche, linguistiche o storico-tradizionali. Per fare un esempio pensiamo alla Sicilia. Se ci riferiamo al suo territorio dal punto di vista dei limiti politico-ammistartivi, ci accorgiamo che questi possono coincidere con quelli linguistici , storico tradizionali (più o meno – stabilirlo con precisione non è problema che ci interessa ora), ma no di certo con quelli geofisici: Lampedusa appartiene addirittura ad un altro continente dal punto di vista geologico. Se ci riferiamo al territorio della Sicilia dal punto di vista dei limiti geofisici, vuol dire che stiamo parlando della più estesa isola del Mediterraneo, e cosa a parte saranno le varie Pantelleria, Lampedusa, Ustica e così via. D’altro canto ognuna di queste isole ha i suoi confini politico-amministrativi (comunali) coincidenti con quelli geofisici. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito.

Oltre questo significato spaziale, però, c’è un altro significato, stavolta di tipo economico e/o sociale, che si riferisce al Territorio. Per l’economia il Territorio è una importantissima e complessa risorsa che condiziona o rende più o meno “fattibili” le attività economiche: è la risorsa strategica per eccellenza. Da questo punto di vista il Territorio è contraddistinto da una complessa maglia di servizi, istituzioni, infrastrutture per la viabilità e il trasporto, infrastrutture per l’informazione, reti per la distribuzione energetica, imprese, risorse economiche (terra, lavoro, e capitali) risorse ambientali, beni storico-architettonici (centri storici, beni archeologici e culturali in genere) agglomerazioni urbani o industriali, cittadini associati o meno, tradizioni di vita. Ecco con cosa bisogna confrontarsi, ecco cosa bisogna tenere conto quando si vuole iniziare a parlare di sviluppo territoriale, inteso in termini economici sociali e culturali.

Paesaggio – Ambiente – Territorio


Subito dopo essere stato invitato a far parte del Comitato “costruiamo il domani”, ho ritenuto necessario o, se vogliamo, “ideale” dedicare il mio primo intervento su questo blog alla precisazione di tre termini: “territorio”, “ambiente”, “paesaggio”. Ben più di un motivo mi ha indirizzato verso questa scelta.

Il primo (o il principale) motivo dipende dalla mia formazione e da mie aspirazioni professionali. Il mio desiderio è quello di parlare e riflettere, in questo blog, su temi, problematiche, pratiche (nel senso di “azioni”) riferite principalmente a questi tre concetti. Ragion per cui (secondo motivo) è necessario preliminarmente, da parte mia, chiarire i diversi significati espressi da questi tre vocaboli, in maniera che non siano confusi l’uno per l’altro, come spesso avviene.

Terzo motivo: tale precisazione concettuale è praticamente l’argomento della prima lezione frontale a cui ho assistito al corso di laurea che frequento e che sto concludendo ( ci sono quasi affezionato).

Andiamo al nodo della questione dunque.

“Territorio”, “Ambiente”, “Paesaggio” sono vocaboli che spesso vengono confusi, o usati indiscriminatamente come se i loro significati siano i medesimi. Tale confusione di termini si verifica anche in ambito accademico, o tra “addetti ai lavori”, e (a mio modesto avviso) dipende dalla capacità espressa da questi tre termini di disporsi a “matrioska”, come se uno contenesse (sia in senso logico che fisico) l’altro. Quindi spesso si può cadere nell’inganno, e per semplicità logica considerare i tre termini come tre sinonimi utili alla stessa maniera ad indicare un’unica ed indifferenziata bambola di legno.

Da una parte, il problema ha estrema rilevanza in ambito professionale (per architetti, urbanisti, pianificatori, ma non solo) perché si tratta di tre concetti fondamentali che definiscono l’ambito di intervento, l’approccio o il giusto punto di vista da adottare, gli “attrezzi” da utilizzare. Per capirci, se ci trovassimo davanti al problema di dover appendere una immagine ad una parete, potremo muoverci sempre e comunque con chiodo e martello?<Ovviamente no!> (risponderanno i miei lettori). Prima bisogna ben capire quale sia l’immagine e quale la parete tra le due. Molto, poi, dipende dal tipo di parete: che sia di cemento, di pietra, di legno, di gesso o di cartone non è irrilevante. In certi casi (martello in mano) avremo risolto il problema più o meno efficacemente, in altri saremo stati inefficaci del tutto, in altri avremo fatto parecchi danni. Dall’altra parte ritengo che una tale chiarificazione sui termini serva anche fra i “cittadini” (praticamente mi riferisco a tutti quelli che guardano “appizzare” l’immagine sulla parete e che sono quasi sempre i proprietari della parete) , all’opinione più comune e pubblica, per sviluppare un giusto sentimento critico, una sensibilità più consapevole verso i problemi che si propongono (e ahimé spesso si ripropongono) su questi tre ambiti.

Naturalmente chi vi scrive c’ha messo un po’ a capire certe cose, e utilizzerò, semplificando e sintetizzando, gli scritti di Rosario Assunto.